A come arroganza

Arroganza: “patologia” piuttosto comune nella società attuale. Definibile come un “assetto mentale” costruito e finalizzato al voler far sapere che si sa un qualcosa, che si parla con “cognizione di termine”; che si è più colti rispetto all’interlocutore di turno. Sinonimi: “sapienza”.

Spesso le persone con atteggiamento arrogante parlano molto velocemente per evitare di essere interrotte nella logica che intendono argomentare. Nella malaugurata ipotesi venissero interrotti nel corso della loro esposizione tendono a dimostrarsi infastiditi. Riprendono comunque nell’immediatezza, a volte ripartendo dall’inizio, senza dedicare attenzione a ciò che gli è stato detto o semplicemente chiesto.

Queste persone si nutrono nel palcoscenico che riescono a predisporre magistralmente, togliendo spazio con il rumore e la velocità delle loro parole. Sovrastando.

Sono persone indubbiamente intelligenti ma povere della parte emotiva: il loro modo di porsi squalifica e sminuisce l’altro, facendolo sentire inadeguato.

Non mi piacciono le persone che si atteggiano nel sapere senza far uso di quegli ingredienti fondamentali ormai in estinzione… quali umiltà (in primis), delicatezza, attenzione. A volte succede che si smette di ascoltarle, perché si perde l’interesse nel seguirle. Un po’ come quando si è discenti in un corso e il formatore spiega un qualcosa di astruso senza guardare se la platea lo sta seguendo, non considera la comunicazione non verbale e glissa a eventuali domande… E’ così impegnato ad adempiere al suo compito che non c’è altro che abbia per lui la priorità.

Credo che l’arroganza sia molto affine all’egoismo, all’egocentrismo; e che nasconda in fondo anche una ferita, una fragilità mai trattata e curata. La persona arrogante si concentra sul razionale per mettere a tacere delle emozioni che non saprebbe gestire… scegliendo quindi di “soffocarle”.

Come fare?

Non si può “aiutare” chi non sa di aver bisogno di aiuto.

Forse queste persone, prima o poi, diverranno consapevoli di aver fatto terra bruciata attorno a loro, e inizieranno a chiedersi quale possa essere il motivo… sarebbe un buon inizio…

Rallenta. Ascoltati. Pensa.

Qualche giorno fa mi sono soffermata a riflettere su una citazione che ho letto da un calendario piuttosto conosciuto.

Ogni progresso è dovuto agli scontenti. Le persone contente non desiderano alcun cambiamento (Herbert George Wells)

Ho trovato questo punto di vista interessante e per certi versi molto reale: molto ma non del tutto perché entrano in gioco diverse dinamiche psicologiche che, a mio parere, da assoluto lo rendono relativo.

Quando un qualcosa di esterno va a minare lo schema individuale della quotidianità incrementando il distress (stress negativo, nocivo), si comincia a risentirne e a desiderare un cambiamento del contesto, della situazione, dell’evento che e in cui si sta vivendo. Fino a qui, tutto fila, è un atteggiamento abbastanza diffuso che si riscontra nella maggior parte delle persone.

A questo punto entrano in gioco diversi aspetti. In primis la tolleranza alle frustrazioni, comunemente riconosciuta in “pazienza”, livello di sopportazione, fino ad arrivare a passività (intesa come atteggiamento, non come predisposizione e aspetto del giudizio esterno che spesso arriva a graffiare il livello di autostima individuale). Poi gli individui possono essere più propensi alla riflessione o all’impulsività, quindi pensare a come agire o agire nell’immediatezza senza pensare più di tanto; oppure ancora avere timore del cambiamento oppure essere estremamente flessibili ed elastici nell’adattarsi velocemente e facilmente a nuovi schemi del quotidiano vivendo il tutto come una sfida personale. Siamo semplicemente diversi.

Quando si è scontenti di una situazione si entra quindi in un “labirinto soggettivo“. Spesso anche la persona stessa non sa quale percorso intraprenderà e a volte la via d’uscita si scoprirà per “tentativi ed errori”.

Mi piace molto però questa chiave di lettura della demotivazione, ovvero dello “scontento”: quando arriva questo stato emotivo “ci sveglia” da una situazione che odora di stantio e ci spinge a prenderne consapevolezza per poter scegliere (parola magica) se ci può andare bene così o se vogliamo (parola magica n. 2) muoverci in un’altra direzione. Bello, no?

L’importante è rallentare, per guardare e studiare meglio il contesto. Ascoltare come stiamo e verificare i nostri “livelli interni”. Pensare a cosa è meglio per noi senza farci influenzare o condizionare dal fuori. Direi che questo è già un piccolo progresso personale e qualsiasi grande impresa parte sempre da piccoli passi 🙂

(L’immagine in copertina è tratta dal web ed è di momusso).

Il blog va in vacanza per l’estate, ci rivediamo a settembre.

Attenzione: funzione “dicotomica”?

Funzione “strana” l’attenzione, utilizzata da ciascuno in modo particolare e spesso distinta tra ciò che avviene all’esterno e quanto si vive all’interno. Mi sto riferendo all’assetto emotivo, quindi agli aspetti più sociali, senza entrare nell’ambito esecutivo della funzione cognitiva vera e propria.

Come dosate l’attenzione all’altro nel corso di una relazione interpersonale? Vi sentite “generosi”…? Vi siete mai chiesti come possono percepirvi i destinatari della comunicazione? Di contro, ritenete di riceverne abbastanza quando siete voi il mittente del messaggio?

Non è facile rispondere a queste domande. Sono ovviamente “provocatorie”, finalizzate a smuovere un po’ di attenzione (appunto) sul come utilizziamo l’attenzione in un ipotetico inventario di “dare” e “avere”. La parola che ho scelto di collocare nel titolo di questo articolo vuole evidenziare proprio questo… in genere gli individui si possono collocare in due grandi categorie: quelli che tendono o a concedere troppa attenzione (ricevendone poca in cambio), e quelli che sono propensi a prendersene in quantità eccessiva, senza badare molto a chi li circonda. Sì, sto un po’ estremizzando, ma vi assicuro che (in maniera non così evidente), questa dicotomia è molto presente nella società attuale.

In fondo tutti amiamo ricevere attenzione, è una forma di rinforzo sociale molto potente.

Spesso chi da’ molta attenzione all’altro lo fa perché desidererebbe riceverne di più, ma quando (saltuariamente) questo accade tende a provare imbarazzo poiché non è abituato e ciò determina spesso il ritirarsi in un atteggiamento di chiusura, per difendersi dalle emozioni che sta provando. Viceversa chi ama essere protagonista nelle comunicazioni, non bada molto a quello che ha da dire chi ha davanti a sé, anzi se altri gli tolgono la scena spesso smette di parlare e si congeda.

L’attenzione è un ingrediente fondamentale della comunicazione e pertanto va utilizzata come “merce” di scambio reciproco o incrementata al bisogno, qualora ci sia un componente che ne abbia la necessità o si serva di un particolare servizio.

L’attenzione richiede consapevolezza, comprensione e il saper cogliere i bisogni dell’altro, che sia un amico, un conoscente o un cliente. Una persona attenta sa usare l’empatia e impara a entrare e ad uscire dal proprio spazio personale per guardare ed entrare (in punta di piedi e nel momento in cui le è consentito) in quello della persona con cui sta interagendo. L’attenzione è un concetto fluido. L’attenzione racchiude rispetto per l’altro, che viene riconosciuto come persona degna di essere ascoltata.

Prestare la corretta attenzione al sé e all’altro è un qualcosa che si può imparare, non è così difficile. Basta fermarsi di tanto in tanto ad ascoltare le proprie emozioni e il proprio sentire interno nelle diverse occasioni o situazioni in cui ci capita di provare una sensazione diversa (che può essere di piacere o fastidio) nel corso delle conversazioni a cui partecipiamo.

L’attenzione é uno dei doni più belli da fare a una persona. É, nella sua semplicità, il tutto nelle relazioni.

“Non toccarmi…”

Tra i cinque sensi che abbiamo a disposizione, il tatto e l’olfatto sono quelli a cui solitamente si presta meno attenzione, quasi li si desse per scontati… non trovate? Anche se l’olfatto, assieme al gusto, sono ritornati alla ribalta in seguito al Covid, rivalutati enormemente dopo aver provato la sgradevole sensazione della loro deprivazione. Avendo “partecipato” all’esperienza confermo che la stessa è stata molto impegnativa dal punto di vista emotivo.

Ma che dire del “tatto”? Il Vocabolario Treccani lo definisce così:

Il TATTO è il senso che permette di riconoscere alcuni caratteri, come la durezza o la forma, degli oggetti che entrano in contatto con la superficie esterna del nostro corpo, dove sono distribuiti dei sensori che trasmettono al cervello gli impulsi e le informazioni. La parola deriva da un verbo latino che significava ‘toccare’ e la sua origine è evidente nel suo uso nella lingua non specialistica, nella quale indica l’azione del toccare in quanto fonte di particolari sensazioni (riconoscere un oggetto al t.; morbido, duro, liscio, ruvido al t.). Molto diffuso è il significato figurato di tatto, che dall’idea di muoversi con prudenza al buio in uno spazio conosciuto, grazie al senso del tatto, passa a indicare il fatto di comportarsi con discrezione e diplomazia, grazie alla alla propria sensibilità che permette di capire le persone con cui si ha a che fare (bisogna dargli la notizia con t.; è una persona piena di t., che non ha t.; è stata un’allusione priva di t.; gli ha ricordato, con molto t., le promesse di un tempo). Parole, espressioni e modi di dire: al tatto, mancare di tatto

Mi soffermerei all’ultima parte, quella che rimanda all’avere delicatezza nel dire o nel trattare un argomento specifico. Traducendo in azione l’aspetto figurato del tatto, viene implicitamente sottesa la presenza di un certo rispetto: il toccare una persona, infatti, equivale a entrare nel suo spazio personale, oltrepassando e accedendo in quello che viene chiamato uovo prossemico.

Pur essendo indiscutibilmente manifestazioni di vicinanza e/o affetto, secondo il livello di confidenza o amicizia che unisce le persone oggetto dell’azione, non tutti vivono bene l’essere toccati, sfiorati (o abbracciati).

Perché accade questo?

Semplice, il corpo è depositario di esperienze vissute; anche se il cassetto della memoria ogni tanto si “svuota” deliberatamente (attraverso l’evitamento) o non. Per cui è uno scrigno (a volte un vaso di Pandora…) dove vengono conservati o archiviati i ricordi. Non possiamo conoscere il repertorio della persona che ci troviamo di fronte, il rapporto che ha con il proprio corpo, le sue “cicatrici emotive” o fragilità… per cui anche un gesto innocente come lo sfiorare potrebbe smuovere sensazioni non sempre gradevoli come ci si aspetterebbe.

Come fare allora…? Osservare. Guardare la persona, studiare il campo prossemico. Avvicinarsi lentamente, in punta di piedi, con enorme attenzione e rispetto. Procedere gradualmente, per tentativi, verificando quello che accade a livello non verbale (difficilmente la persona vi dirà che il tocco le ha creato inquietudine perché razionalmente è consapevole del fatto che si tratta di un’azione benevola). Quando si conosce la persona si può anche anticipare verbalmente che la si vorrebbe abbracciare, per esempio.

Funziona. Sempre.

Spesso, indirettamente, la si aiuta a rivedere e magari risolvere dei sospesi emotivi. Bello, no? 🙂

“Spazio: meno fare più stare”

Sono pienamente d’accordo con la citazione di una collega, che ho scelto di inserire come titolo dell’articolo di oggi.

Solitamente e generalmente viene inteso come spazio un qualcosa che ha a che fare con la fisicità, quindi fondamentalmente un ambiente, un contesto, un luogo circoscritto. E’ un’estensione quello di considerarlo anche dal punto di vista “mentale” (anche se a mio parere è importante fare due passi anche dentro questa considerazione).

Anche lo spazio mentale è uno spazio “confinato” per usare (impropriamente) una terminologia ingegneristica: ha dei confini, non è illimitato e se lo si riempie troppo in fretta di tante cose diverse o di tante cose cose identiche, la memoria (per esempio) inizia a incepparsi poiché risulta essere molto sensibile agli stress (o meglio ai distress). La propensione al multitasking ovviamente non aiuta: il fare più cose contemporaneamente, mentre si discute di altro (magari anche velocemente) e si pensa già a un qualcosa di successivo, anche se ci fa sentire sul pezzo (alimentando la nostra autostima perché rinforzati dall’ambiente esterno che riconosce questi aspetti come valore aggiunto e di pregio) è un qualcosa di deleterio perché allontana dal vivere pienamente il presente e stanca in maniera assurda.

“Stare dietro a tante cose nel migliore dei modi è estremamente provante e si rischia di trascurare tanto tutto ciò che è trascurabile del sé” (cit.)

Infatti certi lavori mentali stancano molto fisicamente: questo perché l’utilizzo costante e continuo delle funzioni esecutive si riversa sul fisico. Bisogna quindi ascoltarsi e “dosarsi” nel fare, prestando attenzione a non esagerare. Utile e molto opportuno utilizzare forzatamente dei momenti di “stand-by” ovvero “astrarsi” dal contesto lavorativo per “stare” con se stessi in un momento di relax. Insomma recuperare facendo nulla. Molti possono pensare che questa azione sia una perdita di tempo, quando in realtà è necessaria per mantenere un buon livello di attenzione sostenuta e selettiva.

Per ottenere buoni risultati bisogna diluire il tempo del fare, alternandolo con del tempo “vuoto” da riempire con passioni, attività piacevoli o semplicemente con uno stacco e quindi un momentaneo tuffo nel nulla.

É necessario ricaricarsi: ogni tanto ci si dovrebbe fermare a guardare il livello di “batteria mentale” (…non solo quella del cellulare…).

Schema che vince non si cambia?

“Succede che ci si porti appresso pesi immensi, per paura di lasciare andare…”

Il cambiamento non è vissuto da tutti allo stesso modo: c’è chi lo concepisce come uno slancio positivo verso il nuovo, un antidoto alla noia che viene percepita come dilagante, una sfida da vincere… quindi adrenalina pura; e c’è chi invece lo vede come una franata improvvisa, un dirupo da scalare senza l’attrezzatura adeguata, un nuovo dalla valenza negativa da evitare come la peste.

Il cambiamento a volte spaventa: il lasciare un qualcosa di conosciuto per lo sconosciuto viene (per alcuni) vissuto come un salto nel buio, un abbandonare solide certezze per un’insicurezza che non lascia spazio a “niente di buono”.

Perché è così frequente la scelta di quest’ultima opzione? Perché spesso si tende a rimanere aderenti a delle abitudini, consuetudini, comportamenti pilotati da schemi mentali che hanno fornito (e continuano a fornire) dei risultati positivi, soddisfacenti, gratificanti. Quindi cambiare viene vissuto come un rischio molto probabile: un lancio da un trampolino senza rete di protezione… Ecco che si preferisce rimanere dove si è per ridurre al minimo la fatica mentale da impiegare e ridurre la possibilità di incorrere in qualche frustrazione.

Si rimane però fermi, non si evolve per timore di un nuovo che viene percepito come un buco nero, quasi un vuoto.

Il vuoto, però, può essere concepito come uno spazio da riempire con una creatività libera di esprimersi al meglio… perché senza vincoli. Il vuoto può diventare un punto di partenza , un’opportunità, una possibilità di riscoprirsi diversi ovvero con delle abilità che non si credevano di possedere. Il mettersi in gioco diventa attivazione, motivazione, rinascita personale. Il cambiamento va vissuto con leggerezza (che non è superficialità) perché insegna e predispone alla flessibilità, qualità utilissima ai tempi d’oggi.

A volte il cambiamento è repentino e ci sta anche un lieve timore di non essere all’altezza delle nostre e altrui aspettative; ma per “crescere” (e a mio parere si cresce sempre, non solo per diventare adulti) è necessario, utile, opportuno e funzionale… sempre.

“…e questo perché anche eliminare un peso lascia un vuoto… e il senso di vuoto interiore soffoca. Ci si dimentica che il vuoto è fatto di aria, quella che rischia di diventare stantia se si rimane chiusi di fronte al nuovo… Aprirsi al cambiamento equivale a uscire dall’apnea cognitiva…” (bq)

Il valore oltre la superficie

Oggi sono stata a Venezia, o meglio all’Isola di San Giorgio, per vedere la mostra Homo Faber. L’ho trovata semplicemente bellissima, ne sono rimasta affascinata.

Solitamente ci si ferma a vedere quello che è un “prodotto finito”, apprezzandone la bellezza o magari (coloro che sono più esperti) anche le rifiniture; ma quante volte si pensa al lavoro di precisione che ci sta dietro? Lo possiamo immaginare forse oppure, al limite, approfondire grazie all’aiuto della tecnologia che è senz’altro funzionale in questo ambito. Stamattina ho avuto l’opportunità e la possibilità di guardare oltre, osservare come vengono realizzati dei prodotti di uso comune, anche se di grandi firme.

Il vivere questo aspetto in prima persona, mi ha fatto riflettere su come, quanto spesso, non ci si soffermi sul valore insito delle persone: come la fretta o mille altri motivi, condizionamenti, giudizi o influenze esterne, favoriscano il fermarsi solo alla superficie “visibile” o “vivibile” nei pochi istanti in cui la prima impressione prende vita e si alimenta del “fuori” di cui sopra.

Spesso una persona umile viene inserita nella casellina “fragile” e quindi “incapace”, parimenti un’altra che invece presenta un atteggiamento arrogante magari viene considerata “forte”, “preparata” o “scaltra”; una persona che parla poco è subito “asociale”, quella che parla molto un “leader” a livello di gruppo, ecc. Quindi il “valore” viene costruito spesso sulla base di pochi dettagli dedotti o indotti da una realtà povera di elementi deputati a farlo.

Vi è mai capitato di sentire o percepire valutazioni esterne di questa natura?

Inutile negare che l’effetto prima impressione scatta per tutti, nessuno escluso. Però non è mai corretto etichettare, perché quasi sempre si sbaglia e non poco.

Come fare allora?

Dare tempo, sempre e comunque. Guardare oltre a quello che appare. Ascoltare, capire, comprendere; uscire dalla dilagante auto-referenzialità, dare spazio all’altro. Magari avvicinandosi un po’ di più, osservando i dettagli oltre la “facciata” si scopre che la persona che si ha di fronte non è un semplice disegno ma un mosaico spettacolare, costruito grazie a un lavoro certosino, a tanti tentativi ed errori che hanno permesso di raggiungere quel risultato, quella che è una vera e propria “opera d’arte”.

Riscopriamo il valore nelle persone, e riconosciamoglielo.

Che cos’è la bellezza?

Leggevo ieri tra i titoli di un quotidiano della trentenne morta per un ritocco al seno fatto dalla sua estetista. Non è mia intenzione commentare la notizia o esprimere qualche giudizio, ma vorrei solo condividere alcune riflessioni in merito a quella che sembra essere diventata una “necessità”, ovvero il rispondere a determinati canoni di bellezza estetici.

Che cos’è la bellezza?

bellézza s. f. [der. di bello]. – 1. L’essere bello, qualità di ciò che è bello o che tale appare ai sensi e allo spirito: la b. è una specie di armonia visibile che penetra soavemente nei cuori umani (Foscolo). In partic.: a. Di persona (e talora anche di animale): b. fisica; la b. del volto, delle membra, delle forme; (…). Si riferiscono sempre alla persona, le locuz.: prodotti di b., istituto di b. (espressione che ricalca il fr. institut de beauté), per la cura estetica del corpo. B. dell’asino, la bellezza e freschezza che sono proprie della gioventù, anche quando manchi una vera e propria bellezza di lineamenti (l’espressione è ritenuta, forse a torto, un’erronea traduz. del fr. beauté de l’age «bellezza dell’età»). b. Di cose: contemplare la b. di un paesaggio; ammirare la b. di un’opera d’arte; sentire la b. di un verso; b. di colori, di suoni, ecc. E in senso morale: la b. di un gesto, di un sentimento; la b. della modestia, del perdono. 2. concr. a. Persona o cosa bella, piacevole: una ragazza, un bimbo che è una b.; che b. quel micino!; che b. queste pesche!; b. mia!, come appellativo affettuoso (…).

La bellezza non è (solamente) un qualcosa di esterno, visibile; ma è anche (e soprattutto) ciò che portiamo dentro. Mi piace l’idea di “armonia”, perché riporta a una sorta di equilibrio tra interno ed esterno: è “bello” ed è giusto prendersi cura del nostro corpo (è dove ci abitiamo per una vita…) ma questo non deve assorbire totalmente la nostra attenzione e il nostro tempo; non deve diventare motivo di eccessiva dedizione, altrimenti si rischia di entrare a passi tesi dentro a un campo patologico. Premetto che non sono assolutamente contraria a interventi estetici per correggere o migliorare parti del corpo “errate” o vissute come tali, in cui è diventata estremamente difficile la convivenza, ma deve essere frutto di un percorso ragionato e non affrettato… andrebbe fatto solo se non si riesce a fare “pace con se stessi” (anche perché si rischia da una parte l’insoddisfazione data da “era meglio prima” e dall’altra lo scivolamento in un’ossessione da perfezione).

Secondo me bellezza equivale ad accettarsi anche nelle proprie piccole imperfezioni, da cui nessuno è esente. Bellezza è imparare a considerarsi e a vedersi come figura di insieme e non come frutto di singole parti. Bellezza ingloba il prendersi cura, non trascurare quelle piccole ma significative azioni quotidiane per farci star bene. Bellezza è astrarsi dai giudizi esterni, ricordandoci che dobbiamo rispondere solo a noi stessi; evitare quindi di dar troppo peso a commenti che lasciano il tempo che trovano. Bellezza è trovare i propri punti di forza e imparare a valorizzarsi e a migliorarsi. Bellezza è cultura, intelligenza, carisma nel saper usare le parole. Potrei continuare: mi fermo qui per lasciarvi spazio e per invitarvi ad aggiungere la vostra bellezza 🙂

Concludo dicendo che bellezza è “tanta roba”, non è solo quello che appare in superficie. L’errore è che spesso ce ne si dimentica…

Effetto “solitudine di massa”

Settimana scorsa in occasione di un’uscita in pizzeria, osservando l’ambiente circostante, l’attenzione mi è scivolata su una coppia (probabilmente quarantenne). Lui aveva il cellulare appoggiato al muro e stava guardando un evento sportivo finché consumava il suo pasto; ogni tanto scambiava qualche parola con la sua compagna. Si percepiva chiaramente come per loro questo rientrasse nella normalità.

Premetto subito che non sapendo assolutamente nulla di questa coppia, il signore in oggetto poteva anche star svolgendo un’attività di lavoro; quindi nessun giudizio.

L’episodio in questione, però, ha riaperto una riflessione che faccio spesso soprattutto in occasione di qualche uscita “pubblica”. Si nota spesso come l’attenzione rivolta alle interazioni sociali sia ormai intervallata da qualche sosta, più o meno lunga, in luoghi virtuali che sono sempre più affollati. Nulla contro la tecnologia, ci mancherebbe, solo che sarebbe utile (a mio parere) imparare a farne un uso un po’ più parsimonioso; altrimenti rischia di togliere, invece che aggiungere.

L’uso a volte poco misurato del cellulare, infatti, distoglie la possibilità di cogliere gli aspetti rilevanti e unici che si hanno nelle interazioni sociali, in particolare modo la comunicazione non verbale (quella verbale magari passa un po’ di più perché coinvolge anche l’udito oltre che la vista, anche se la concentrazione cala gradualmente… col tempo si diventa meno multitasking) e ci si allontana. Ci si carica di cose offuscando momentaneamente il senso di priorità. Si diventa “isole” in un mare (solo inizialmente) piatto, predisponendo un ponte levatoio verso una solitudine sempre più marcata e dilagante. Molto triste, perché paradossalmente siamo noi artefici di questo possibile scenario.

Come fare allora?

Semplice.

Allenarsi a “dimenticare” di avere un cellulare nei tempi (non di lavoro, ovviamente) in cui siamo insieme agli altri; spegnerlo (o semplicemente allontanarlo) nei momenti dei pasti principali; per chi ha la passione della fotografia, mettere nella lista dei desideri un corso e una macchina semi (o) professionale; dedicarsi agli audio-libri (per chi non ama il cartaceo come me) o ai podcast in tempi confinati; per chi ha bambini munirsi di album da disegno o altri giochi semplici invece di fornire loro degli strumenti tecnologici quando si va in ristorante o li si deve impegnare in qualcosa; ritornare a utilizzare attivamente i cinque sensi…

Riscoprire la con-divisione di una realtà che ci appartiene; re-imparare a scegliere di stare meno soli, togliendo le “barriere” comunicative.

Un sorriso, assieme agli auguri di una Pasqua Serena.

“Non so se mi piace…”

Qualche giorno fa, nello scorrere velocemente qualche post di un social che seguo, uno in particolare ha attirato la mia attenzione e mi ha fatto riflettere. La persona in questione invitava i suoi followers a menzionare un qualcosa che a loro piace e un qualcosa che invece no e ha al contempo funto da modello presentando un elenco per ciascuna categoria.

L’ho trovato molto interessante perché, psicologicamente parlando (e qui entra in campo la mia “deformazione professionale”), nutre molto l’aspetto della consapevolezza.

Ho notato che spesso quando viene chiesto di fare questo piccolo “esercizio” molte persone si bloccano; ciò probabilmente accade perché la maggior parte vive in “prospettiva”, proiettata al futuro prossimo pensando agli obiettivi da raggiungere, lasciando indietro il presente. Niente di male, ci mancherebbe; però ogni tanto sarebbe opportuno fermarsi a fare un po’ il punto della situazione.

Qual è quella cosa che per voi diventa la “prima scelta” senza ombra di dubbio…? Ovvero che vi fa stare bene, risvegliando (magari) quel meraviglioso sentimento chiamato entusiasmo…?

Vi invito a fare la lista dei vostri “mi piace” e “non mi piace”, senza pensarci troppo… così come vi viene.

Io ci ho provato, eccoli:

MI PIACE: la pizza, l’estate, le scarpe comode, i libri, il mare, le borse, il colore rosso, la coca-cola, i calendari, i post-it colorati, camminare, le città d’arte, gli abbracci, leggere gli sguardi, la delicatezza, l’ironia (quella sana!), volare in aeroplano, guardare le forme strane che disegnano le nuvole, vedere come muta il paesaggio dal finestrino, i foulard, il profumo del sugo che a volte si sente camminando lungo la strada, le stelle, le liste dei desideri e i salvadanai per aiutare a realizzarli presto, i sorrisi (quelli con gli occhi)…

NON MI PIACE: l’egoismo, i funghi, il beige, le persone serie, il numero otto, i clown, l’invadenza, vestirmi in maschera, le scimmie, le frasi fatte, il ritardo, il martedì, il senso di colpa, i risentimenti, i pregiudizi, le persone che non ascoltano, gli schemi rigidi…

Delineare quello che piace/non piace aiuta a definire i confini, i limiti; ed esserne maggiormente consapevoli determina una maggiore facilità e velocità nello scegliere (aspetto che poi può essere generalizzato in tutti gli ambiti), può essere utile anche a imparare a dire qualche “no” sfoltendo gradualmente i sensi di colpa che per molti sono spesso dietro l’angolo.

Direi che non è male, non trovate?

Vale la pena pensarci, e magari provarci 😉