Umiltà, questa sconosciuta…

Qualche giorno fa mi sono recata in una profumeria del centro e ho chiesto un determinato prodotto, che avevo visto essere pubblicizzato nel sito del brand. La commessa che mi stava servendo non lo conosceva (più che comprensibile e accettabile visto l’immenso numero di prodotti in commercio), e ha chiesto aiuto a una sua collega. Quest’ultima, con una comunicazione non verbale molto eloquente nonostante la mascherina e atteggiamento saccente, mi ha proposto un’altra cosa che non c’entrava assolutamente nulla con quanto richiesto. Al che, infastidita anche dall’insistenza della prima, ho fatto notare gentilmente che non era quello che cercavo, ho pagato quello che avevo già acquistato e sono uscita.

Un semplicissimo esempio di mancanza di quella che io chiamo “umiltà professionale” (in fondo bastava un semplice “non abbiamo in negozio questo prodotto, probabilmente nuovo, mi permetta di verificare…” facile, no?).

UMILTÀ: mancanza di orgoglio, di superbia; virtù di chi riconosce e accetta i propri limiti.

Molte persone non accettano di apparire “impreparate”, quindi ricorrono ad atteggiamenti “compensatori” per cercare di nascondere delle carenze, delle lacune, nella conoscenza di un qualcosa. Dimenticano, quindi, che è normale avere dei limiti in qualsiasi campo. L’importante è prenderne consapevolezza e cercare di sanarli con i mezzi che si hanno a disposizione (che al giorno d’oggi sono innumerevoli!), senza arrecare danno all’interlocutore di turno.

In questi casi, paradossalmente, emozioni come il senso di colpa o la vergogna diventano funzionali a far raggiungere l’obiettivo di aggiornarsi in un qualcosa in cui si manca. Strano, vero? Eppure in certi contesti diventano utili anche sentimenti che solitamente vengono considerati a valenza negativa.

E’ importante imparare a spostarsi dalla logica di evitamento/eliminazione un problema a quella di accettazione/accoglienza dello stesso, in modo da allenarsi/addestrarsi ad “assumersi le proprie responsabilità” per gestirne le conseguenze. Si identifica nel “crescere”, e non si finisce mai farlo… 🙂

Il fallimento fa parte del gioco. L’errore è un’opportunità per migliorarsi, perché invita a guardarsi meglio, sotto un altro punto di vista che prima non si era considerato o era stato dato per scontato.

Ritengo che se si facesse appello a un po’ di sana umiltà (quanto basta, senza esagerare), molti conflitti interni ed esterni verrebbero meno. Cosa ne pensate?

(L’immagine di copertina è di Cecilia Roda, in arte lilybris)

PS: il blog si prende un periodo di pausa per l’estate 🙂 ci vediamo a settembre con nuovi contenuti

Il rumore del “dovrei essere”

Stamattina la frase del giorno, letta da un noto calendario, mi ha fatto riflettere su un aspetto che accomuna un po’ (quasi) tutti. La citazione a cui mi riferisco è questa: Quello che ci frega nella vita è seguire quell’immagine nella nostra testa di ciò che “dovremmo” essere…

Quasi mai ci “va tutto bene” di quello che siamo, e non mi riferisco solo all’aspetto fisico. Rincorriamo un immagine idealizzata di noi, apparentemente e a nostro avviso più desiderabile. Per cui iniziamo a ripercorrere a disegnare mentalmente come “dovremmo” essere… Si tratta di un “gioco” molto pericoloso perché se ci si lascia trascinare troppo, si rischia di entrare in un circolo vizioso di inutile e disfunzionale auto-svalutazione che va a intaccare anche l’autostima. Non ne vale assolutamente la pena.

Spesso non prendiamo in considerazione (o scordiamo) che siamo il frutto delle esperienze che abbiamo vissuto: in queste ve ne sono anche alcune che non abbiamo scelto e che quindi abbiamo subito. Gli eventi ci cambiano, a volte in meglio altre in peggio. Lasciano cicatrici che parlano di noi, del nostro passato, che vanno a creare fragilità e vulnerabilità che a volte emergono e che non sempre vengono comprese dal fuori. Ed è a questo punto che a volte ci si mette in discussione, a volte arrivando a disapprovare il nostro modo di reagire in questa o quella situazione.

Dovremmo imparare ad accettarci per quello che siamo. Non siamo perfetti, nessuno lo è.

Dovremmo imparare ad apprezzarci, a guardare ciò che ci rende unici.

Dovremmo imparare a essere consapevoli delle nostre potenzialità, e partire da queste per migliorarci.

Dovremmo imparare a prendere in considerazione solo le critiche costruttive, quelle che contengono un’indicazione per un cambiamento positivo; non prendendo in considerazione quelle vestite di una cattiveria gratuita, fine a se stessa.

Dovremmo imparare a volerci bene.

Tutto il resto sono interferenze e inutili rumori di fondo. Aspetti che confondono e ci allontanano da quello che siamo, possiamo essere, possiamo diventare. La vita è un crescendo di possibilità di cambiamento: sta a noi coglierle, accoglierle e farle nostre traducendole in azione.

Mi piace particolarmente l’immagine che ho scelto per l’articolo di oggi: la leggo come il raggiungimento di una meta dopo aver fatto fatica (il cambiamento implica un lavoro costante); le nuvole sono gli ostacoli (critiche) che ci si lascia alle spalle. Carina, vero?

Il gusto amaro del sentirsi soli

In quest’ultimo periodo, raccolgo spesso un generalizzato vissuto di solitudine. Molte persone mi riportano, infatti, quanto sentano più marcato questo stato d’essere. Come mai succede questo?

Sicuramente le restrizioni che abbiamo subito per lungo tempo stanno presentando un po’ il conto; ma, in realtà, toccano solo marginalmente questo particolare sentire. Io credo che l’essere stati costretti a rinunciare prima e limitare poi le relazioni sociali abbia portato a fare una sorta di rivisitazione/revisione/bilancio interno del nostro “stare-con-gli-altri”. Essendo questo processo per lo più inconsapevole, quello che rimane è un’emozione strana, dal gusto amaro.

Molte persone non sanno stare da sole; qualcuno lo ha scoperto in questo contesto pandemico. Qualcuno prova paura nell’immaginarsi privo di qualcuno attorno o a fianco. Nella normale quotidianità (quella di un anno e mezzo fa) non ci si faceva caso, poiché era consuetudine riempire la giornata con una lista di cose da fare (e persone da incontrare) spesso difficile da ultimare. Ecco che si è un po’ perso, a mio parere, il valore della libertà, del tempo e spesso anche del dove ci si colloca a livello individuale, offuscati dalla gratificazione di essere riusciti (magari) a fare tutto quello che era stato programmato.

Spesso, quindi, gli impegni coprono quella che è l’incapacità di vivere internamente il momento attuale senza rumori esterni. Perché se il tempo non è pieno di cose, viene amplificato una sorta di senso di vuoto. Il “rumore” esterno viene sostituito da quello interno che diventa assordante.

Paradossale questa metafora, non trovate? Per qualcuno avviene proprio così.

Perché dobbiamo fare qualcosa per sentirci gratificati? In che percentuale lo facciamo per noi, rispetto al timore di diventare trasparenti agli occhi esterni? Perché è necessaria la presenza di qualcuno? Perché “non ci bastiamo”? Domande aperte a spunti di riflessione assolutamente individuali.

Imparare a stare da soli è fondamentale. Vi assicuro che è un’esperienza arricchente, che aiuta a scegliere meglio come investire il proprio tempo e soprattutto con chi. Non sappiamo quanto tempo abbiamo a disposizione (per fortuna!): non è forse meglio investirlo accuratamente?

Lo stare da soli aiuta a conoscerci e a comprenderci meglio. Incrementa la nostra consapevolezza, migliora il nostro “stare-con-gli-altri” perché si abbandona quella che spesso diventa una “presenza assente”, un esserci silenzioso e parziale, fondamentalmente solo egoistico.

Come possiamo essere vicini a qualcuno, se rifuggiamo anche da noi stessi?

Doti innate

Ho finito di leggere di recente “La regina degli Scacchi”, ne sono stata attratta perché ne ho sentito parlare molto bene della serie televisiva (che non ho visto). Effettivamente credo sia stato, finora, il più bel libro che ho letto quest’anno. Lo consiglio perché oltre a essere scritto molto bene e di scorrevole lettura, fa emergere in maniera delicata ma molto intensa le emozioni della protagonista, nonostante sembri apparentemente anaffettiva.

In questa lettura affiorano anche delle difficoltà che un po’ tutti, in modo meno evidente, magari abbiamo dovuto affrontare nel corso delle varie fasi della vita; ho trovato bellissimo il ruolo inizialmente sfumato ma poi decisamente rilevante dell’amicizia, quella vera, quella che non ti tradisce.

L’aspetto che comunque più mi ha fatto pensare è l’idea che in ognuno di noi sia presente una qualità particolare, un qualcosa in cui riusciamo meglio (in modo “straordinario” rispetto alla media)… quindi una sorta di “dote innata”; ovvero una predisposizione a riuscire in modo eccellente in una prestazione particolare di cui acquisiamo consapevolezza nel corso del tempo e delle esperienze con cui ci troviamo a che fare. Lo trovate strano? Pensateci.

Certo è che bisogna trovarla, occorre “testarsi” nelle passioni che si riscontrano essere presenti nella quotidianità; e perché no, misurarsi con se stessi. Questo però può accadere solo dopo essersi ascoltati: sì, perché molto spesso queste doti naturali ci sfiorano in determinati momenti della nostra vita, e se non le accogliamo o non le prendiamo in considerazione, rischiano di rimanere dei talenti non utilizzati, non sfruttati al meglio e anche tristemente sprecati.

Qualche giorno fa ho avuto la necessità di chiedere supporto tecnico a un ragazzo che si occupa di informatica, che poi ho scoperto essere autodidatta (per lui risulta essere estremamente semplice comprendere la natura del problema e risolverlo in tempo reale); vi assicuro che pur non essendo esperti del settore, si comprende molto chiaramente che si tratta indiscutibilmente della sua dote. E’ splendido quando si riesce a incanalare la propria passione (e il qualcosa per cui si è portati) nell’ambito lavorativo. Non sempre, purtroppo, se ne ha la possibilità; però è sempre giusto provarci 😉

Qual è la vostra dote innata? l’avete trovata?

Come dicevo, tutti la possediamo. Per scoprirla bisogna “lasciarsi essere” senza farsi condizionare dall’esterno. E’ fondamentale ascoltarsi. Non è mai tardi per iniziare, provateci ne vale assolutamente la pena 🙂

Nuovi volti delle emozioni sociali

“Nulla impedisce di essere naturali come il desiderio di sembrarlo” (François de La Rochefoucauld)

Citazione che profuma di paradosso, ma in realtà molto lineare e trasparente nella sua verità.

La spontaneità è la capacità di essere naturali e sinceri nei pensieri e nel comportamento. Non ha nulla a che vedere col fare o dire cose originali e ingegnose; semplicemente riguarda chi è trasparente e si mostra per com’è, sia nel comportamento che nelle parole. Essere spontanei è un indicatore di benessere emotivo (cit.). Una persona con atteggiamento spontaneo non si preoccupa dell’immagine che crea negli altri; è semplicemente se stessa e non ha quindi la necessità di “vestirsi” di qualcos’altro per apparire diversa da ciò che è nella realtà. Interno ed esterno coincidono, spesso vengono omessi anche i filtri comunicativi (un possibile rovescio della medaglia).

La spontaneità (sana, pura, trasparente… quella priva di vizi di forma), al giorno d’oggi, è piuttosto rara a mio parere. Si tende sempre a recitare una parte che cambia con il contesto situazionale o con la persona che abbiamo di fronte… non trovate? Spesso ci si trova quindi costretti a farsi delle piccole o grandi “forzature” nel comportamento per evitare di incorrere in situazioni emotive che sarebbero più difficili o impegnative da gestire. Riscontro sempre più sovente due tipologie di atteggiamenti, in merito: le persone attive (sicure, determinate, senza maschere e senza peli sulla lingua) che non si fanno cruccio della terra bruciata che si fanno attorno; e le persone passive (insicure, indecise, silenziose e molto conformiste) che fanno dell’adattamento il loro stile di vita, sino a sfiorare il possibile loro annullamento poiché sembrano non possedere un’opinione propria. Queste ultime finiscono per essere spesso escluse dal gruppo.

Possibile che nel mezzo non ci sia nulla? Certo che no.

Esistono delle persone che non rinunciano a essere se stesse e adottano un atteggiamento flessibile. Hanno una buona autostima e credono in loro stesse, sono predisposte al confronto se la loro idea si allontana da quella altrui; e non perdono in vitalità, entusiasmo, leggerezza. Certo è che questa è un’abilità che va appresa e messa in pratica costantemente, anche a livello individuale per esempio quando si deve fare una scelta (queste persone non si lasciano influenzare e condizionare da nessuno: accolgono i suggerimenti o i consigli ma poi decidono in prima persona).

Voi dove vi collocate?

La cosa bella è che si può decidere di cambiare e se si è motivati ci si riesce 🙂

C’è da dire che questo periodo è però tutto un po’ più difficile. A livello emotivo si iniziano a pagare le restrizioni “sociali” che si sono protratte a lungo. E’ come se avessimo perso l’abitudine a stare insieme agli altri; a volte si preferisce stare da soli perché tutto sommato è meno faticoso dell’ascolto e del prestare attenzione a ciò che ha da dire l’interlocutore. Si accusa una stanchezza mentale.

Bisogna ricostruire il nostro assetto con pazienza e fiducia. Alla fine è come un puzzle… possediamo tutti i tasselli, è solo stato scomposto. Per cui, un po’ alla volta, torneremo a riconoscerci per quello che siamo sempre stati, magari scoprendo di esserci arricchiti di un qualcosa (non si finisce mai di imparare, e i vissuti dolorosi insegnano di più).

La rabbia senza voce

Non sempre si ha modo di vivere pienamente la propria rabbia (ovviamente ci collochiamo a un livello puramente verbale), sfogandola sulla persona che ce l’ha provocata. Ci sono infatti dei contesti che non permettono di essere se stessi come si vorrebbe: perché altrimenti, con elevata probabilità, ci si ritorcerebbe contro e saremmo costretti a pagare a caro prezzo il nostro exploit. Succede quindi che la si subisce invece di agirla come verrebbe naturale fare… A livello psico-fisico la sensazione che più si avvicina a quello che si prova in quella manciata di istanti è simile a un effetto “pentola a pressione”. Ci si sente scoppiare dentro, non potendolo fare verso l’esterno.

Ci sono anche persone che non riescono ad arrabbiarsi perché hanno timore di non trovare il giusto modo di esprimersi: temono di non trovare le parole corrette per esprimersi, di non saper controbattere all’interlocutore… in questo caso a livello psicofisico si vive una sorta di “annebbiamento della mente” e si preferisce lasciare sedare la situazione evitando di affrontarla, allontanandosi in qualche modo.

Dove va a finire la rabbia che, per un motivo o l’altro, ovvero per impossibilità o scelta, rimane senza voce?

A volte viene dislocata: la si porta a casa e la si sfoga con il primo malcapitato che ci viene incontro, svuotando un cestino emotivo che sembra essere senza fondo. Oppure la si lascia “sfiatare” attraverso il movimento, quindi una qualsiasi attività fisica che consenta di togliere la “tossicità” di una situazione emotivamente soffocante. Altre volte viene solo posticipata la sua entrata in scena, viene quindi ripreso l’evento incriminato in un secondo momento (in un tempo non troppo lontano) e viene esplicitata utilizzando una modalità assertiva (con l’esercizio si impara a non procrastinare e a utilizzare subito questo atteggiamento).

E se non la si lascia parlare? Rimane da qualche parte, dentro di noi e riemerge grazie a qualche associazione, ovvero un particolare che ce la riporta alla mente quando meno ce lo si aspetta. E’ utile rielaborarla, anche se è passato del tempo, per evitare che ci inviti a perseverare in questo comportamento evitante piuttosto disfunzionale.

E’ bene allenarsi a non evitarla, viverla e farla uscire nell’immediatezza quando e quanto serve; in modo da non appesantirsi con inutili convinzioni spesso errate. La soddisfazione e la gratificazione è immediata, perché negarselo?

(L’immagine di copertina è di @valeriosigismondi_illustration)

Farsi sentire

Ieri ho letto un trafiletto in un noto quotidiano che mi ha molto colpito. Parlava di una donna che da qualche giorno “si è parcheggiata” con la sua Smart in una piazza piuttosto conosciuta di Roma: senza scendere, senza lamentarsi, senza chiedere nulla; se qualcuno si avvicina si gira dall’altra parte. Alla richiesta di spostarsi, lo fa di qualche metro, ma rimane lì. Alla polizia che le ha chiesto i documenti, glieli ha forniti e risultano essere assolutamente in regola.

Cosa può averla spinta a compiere un “non-gesto” del genere? Lo si ignora (almeno per il momento). Certo è che, nel disinteresse e nell’egocentrismo che imperversa nella società attuale, è riuscita ad attirare l’attenzione delle persone che abitano nei pressi, nonché un po’ di tutti.

Riflettevo sulla forza insita in questo atto: come questa donna riesce a farsi sentire pur rimanendo in un assoluto silenzio.

Ne ho parlato anche in passato, ma il silenzio, in certi contesti, è un’arma potentissima. Molto spesso alzare la voce o parlare sopra a quella di qualcun altro; arrabbiarsi facendo valere le proprie idee senza ascoltare quelle dell’interlocutore; manipolare o strumentalizzare la persona di turno facendo leva sull’altrui senso di colpa, non porta da nessuna parte se non a inquadrare dei comportamenti immaturi e/o fondamentalmente egoisti. Questi atteggiamenti andrebbero ignorati e contestualizzati in uno status di disinteresse.

Dentro a questo silenzio c’è sicuramente un bisogno, che magari questa donna ha provato a esprimere a parole, ma che evidentemente non è stato colto, ascoltato, capito, compreso. Credo che in questo caso ci voglia molto rispetto, vicinanza e soprattutto empatia (dote MOLTO rara, anche se a parole sembra che tutti sappiano indossare facilmente le emozioni degli altri), tatto e tenerezza (altra dote in via di estinzione).

Dovremmo imparare a spogliarci delle apparenze, e ritornare a “essere”: entrare in sintonia con chi frequentiamo esercitando un ascolto attivo (rivolto all’altro non a se stessi).

Se fossi a Roma nei pressi di quella piazza, probabilmente andrei a trovare quella donna in Smart tutti i giorni; passerei del tempo sedendomi lì accanto senza parlare o fare nulla, se non aspettare la sua voce o una sua comunicazione non verbale.

In-dipendenze affettive

La scorsa settimana ho letto un libro molto bello, ricco di temi interessanti e scritto in modo scorrevole, pertanto di piacevole lettura. Due sono gli aspetti che hanno attirato la mia attenzione: il rapporto di coppia e la genitorialità, entrambi facenti capo all’amore.

Nella trama si evince gradualmente come la protagonista non viva la propria vita, ma rimanga in ombra rispetto a quella del marito. Un classico esempio di come l’amore venga inteso alla stregua di un assecondare inconsciamente/inconsapevolmente quelli che sono i bisogni dell’altro; per scoprire più in là di non sapere quali siano i propri desideri, le proprie ambizioni, le scelte che si farebbero. In casi estremi, non essere in grado di decidere perché abituati a lasciarlo fare ad altri… trovarsi così quasi impreparati di fronte a delle opportunità e ricorrere all’evitamento o al rifiuto per timore di non essere all’altezza.

Panorama molto triste, non trovate? Che, tra l’altro, purtroppo non è così raro in realtà…

Ma quand’è che accade questo? Perché si arriva a tanto? Le motivazioni sono molteplici e riportano a tanti fattori, ma direi che l’aspetto preponderante è la convinzione che nella coppia uno completi l’altro: così facendo si instaura infatti una dipendenza molto pericolosa; una somma che per esistere e sussistere ha bisogno di entrambi gli addendi, altrimenti rischia di annullarsi…

In una coppia sana non ci si completa, ma ci si integra: per riprendere la metafora di prima, il risultato che si ottiene dall’addizione è un di più rispetto alla somma dei due addendi, e soprattutto è in crescendo perché ognuno arricchisce l’altro delle esperienze vissute individualmente. Ogni singolo mantiene quindi la sua identità e “vive di vita propria”.

Non va bene essere compiacenti e assecondare l’altro. Si fa un qualcosa per l’altro quando questo determina un piacere in chi lo fa; non va bene essere aderenti a un’immagine stereotipata del componente di coppia, quindi ci più stare lo sbalzo d’umore, la discussione, la critica costruttiva… e poi si potrebbe continuare. Bisogna far fede al proprio personale e intimo modo d’essere, non annullarsi: mantenere la propria indipendenza, sentirsi liberi di vivere la propria individualità. Ricordare che si è stati scelti proprio per questo. Anche perché, altrimenti quale modello genitoriale si trasmette? Qui mi si può dire che non ho voce in capitolo, non avendo figli (come qualche persona, con atteggiamento indelicato, mi fatto notare), quindi lascio la domanda aperta e mi fermo qui 😉

Ritornando al libro, mi è piaciuto molto come grazie a qualche insight si sia riuscito a ricucire il rapporto con una figlia. In copertina ho messo una parte della lettera scritta dal padre, che mi ha commossa.

Concludo dicendo che si è sempre in tempo per attivare un cambiamento, in tutti i campi 🙂

P.S. il libro è “Una felicità semplice”, di Sara Rattaro.

Quali sono gli ingredienti di un sogno?

“Non è ciò che siamo che ci impedisce di realizzare i nostri sogni, ma è ciò che crediamo di non essere” (Paul-Emile Victor). Oggi mi sono imbattuta in questa citazione, che mi ha fatto riflettere molto e ripensare a qualche racconto che mi è capitato di raccogliere di recente.

Sogno come desiderio; sogno come un qualcosa che serbiamo nel profondo e che spesso non siamo propensi a condividere con chicchessia per timore possa essere sminuito o addirittura ridicolizzato.

Ovviamente mi rendo conto che questa riflessione magari non è condivisibile da coloro che si collocano in un estremo razionale (persone che stimo molto perché ragionano per obiettivi raggiungibili considerando le risorse che hanno a disposizione e gli strumenti cui possono affidarsi, lasciando poco o per nulla spazio alla sfera emotiva). Io, per “deformazione professionale”, non lascio mai fuori le emozioni e generalmente mi colloco nel mezzo… anche quando divento molto “obiettiva” non manca uno sguardo a questo aspetto per me molto rilevante.

Credo che un po’ tutti prima o poi ci siamo trovati a sognare un qualcosa di apparentemente irraggiungibile. A volte penso diventi anche un bisogno: per esempio per non farsi travolgere da una realtà non sempre “gentile”.

Quali sono gli ingredienti di un sogno? Creatività, meraviglia, stupore… tutti aspetti che sanno usare benissimo i bambini (per questo sostengo sempre di mantenere sempre un po’ della loro spontaneità nel vivere gli eventi); e il credere in se stessi senza farsi influenzare dall’esterno. Non cedere quindi a chi ricorre a una demotivazione gratuita, cercando di intaccare la propria personale e unica visione delle cose. Le nostre credenze interne sono il motore d’accensione per la realizzazione del nostro sogno, le si alimenta con l’azione e le si mantiene vive con il raggiungimento di piccoli risultati intermedi che avvicinano all’obiettivo finale. L’unica attenzione da porre è di tenere un po’ a bada le aspettative, che rischiano di far andare “su di giri” il motore… danneggiandolo poi.

Quando si realizza un sogno accade una piccola magia. Le emozioni che si arrivano a provare “aggiustano” un sacco di aspetti emotivi, primo tra tutti l’autostima. Perché allora non provarci? In fondo non si ha nulla da perdere.

Voi avete qualche sogno? Io sì, molti… alcuni dei quali sono consapevole siano “potenzialmente” irrealizzabili, quindi li colloco nella categoria “fantasia” e li lascio lì, ricorrendoci di tanto in tanto senza esagerare, ma qb 🙂

La gratitudine: sentimento scordato?

Non ho scelto a caso il verbo scordare invece che dimenticare… Ho da poco scoperto che scordare significa “lontano dal cuore”, quindi ha una valenza più emozionale; mentre dimenticare ha più un’accezione razionale, poiché significa “distante dalla mente”. Lo sapevate?

Nel vocabolario Treccani, la gratitudine, viene definita cosi:

Gratitùdine s. f. [dal lat. tardo gratitudo –dĭnis, der. di gratus «grato, riconoscente»]. Sentimento e disposizione d’animo che comporta affetto verso chi ci ha fatto del bene, ricordo del beneficio ricevuto e desiderio di poterlo ricambiare (è sinonimo di riconoscenza, ma può indicare un sentimento più intimo e cordiale).

La gratitudine, quindi, è spesso considerata alla stregua di una risposta passiva a qualcosa che si è ricevuto; un comportamento che ci si aspetta si manifesti dopo un evento. Questa è, a mio parere, una lettura un po’ superficiale: viene infatti ricondotta a una mera “reazione”… una sorta di stimolo-risposta. Di certo la buona educazione richiede avvenga così, ma la riflessione che volevo fare oggi si pone in un altro livello, che risponde a questa domanda: “Cos’è che fa sì che questo sentimento diventi una risposta incondizionata? Ovvero una reazione spontanea, non controllata, che nasce da una generalizzazione di un vissuto interno?

Per chiarire questo concetto apparentemente elaborato, vi chiedo di pensare a un episodio in cui eravate così contenti da rischiare di scordare di ringraziare la persona che ha contribuito a permettere che ciò che desideravate avesse luogo… Se state sorridendo, l’esempio che avete scelto è quello corretto 🙂

Che sensazione avete provato? Se ripercorrete il ricordo nella memoria, potete senz’altro riviverla, anche a distanza di tempo. Ecco, questa è la gratitudine, per come la si vuole intendere nel “pieno esercizio delle sue funzioni”. La gratitudine parte da dentro e nasce dalla capacità di provare un desiderio, di maturare un’aspettativa (possibile, realizzabile), di avere a cuore un qualcosa o un qualcuno.

La gratitudine si prova quando qualcuno ci riserva un’attenzione vera, dedicata. Non servono grandi cose, anzi… bisogna però imparare a saperla cogliere, perché non è da tutti. Mi accorgo spesso che molte persone danno per scontato ciò che si fa per loro, non viene considerato il tempo e l’impegno che ci sta dietro e vivono tutto come fosse loro dovuto. Quando accade questo mi dispiace, ma per loro.

E’ importante far caso a ciò che ci viene rivolto, imparando ad apprezzarlo.

Per fortuna ci sono ancora persone che sanno cogliere il valore insito a un pensiero, a un’attenzione, a un gesto spontaneo. Quando le si incontra è bellissimo, scalda il cuore e disegna un sorriso.